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Ribellione dei migranti detenuti in Grecia

di Fabrika Yfanet.

Se il mandato di stato per la popolazione greca è “restate a casa” e non “nessun raduno”, questo non viene applicato ai 50.000 migranti che si trovano nel paese. I migranti sono impilati uno sopra l’altro nei vari campi, centri di detenzione e stazioni di polizia, in condizioni sovraffollate in cui sono costretti a vivere, dormire e andare in bagno in grandi gruppi.

Ci sono già stati circa tre migranti contagiati dal Covid-19 in tre campi diversi. Tutti e tre di questi centri sono stato messi in quarantena. Chiusi dentro, i migranti – inclusi i positivi – sono costretti ad affrontare l’epidemia e la sua diffusione in luoghi infangati, umidi e miserabili. Senza un numero di sicurezza sociale non hanno un minimo accesso alla cura medica, ne ai dispositivi di protezione.

In queste condizioni, i migranti non hanno smesso di rompere il silenzio del loro isolamento, e hanno lanciato lotte ogni giorno. Lo stato greco cerca di tenerli confinati, isolati, bloccando la loro comunicazione col “mondo esterno” per isolare le loro lotte dalla sfera pubblica. Nonostante tutto ciò, le loro lotte persistenti li hanno resi visibili. Nel nostro sforzo di contribuire a questa rottura della invisibilità, mettiamo in evidenza alcune delle loro lotte contro le misere condizioni di pandemia e repressione.

  • Tre campi sono attualmente in quarantena. Nel campo di Ritsona, dove i primi venti casi furono scoperti a caso, ci sono stati conflitti tra migranti e la polizia dopo che il governo ha deciso di chiudere il campo. Anche i campi di Malakasa e Koutsochero a Larissa sono stati messi in quarantena. A Koutsochero, anche un intero campo Rom è stato messo in quarantena, nonostante le proteste intense.
  • Il centro di detenzione di Paranesti, al Nord della Grecia, è fondamentalmente un carcere per circa 450 migranti per cui è prevista la deportazione. Qui i migranti hanno protestato contro il sovraffollamento e hanno richiesto la libertà immediata per evitare la diffusione del Covid-19. Molti migranti hanno iniziato uno sciopero della fame che è stato immediatamente represso da una violenza poliziesca senza precedenti. La polizia antisommossa ha invaso le celle di notte pestando e torturando gli scioperanti. Molti sono stati ricoverati in ospedale.
  • Nel campo infernale di Moria, che contiene fino a 20.000 migranti, la prima protesta chiedeva l’immediata evacuazione del campo per via del Covid-19. Il sindacato di base dei lavoratori di ONG di Lesbo ha sostenuto e partecipato alla protesta.
  • Il 5 Aprile, 60 migranti nel centro di detenzione di Moria, un carcere all’interno del “carcere”, hanno lanciato lo sciopero della fame, chiedendo la libertà immediata per poter evitare le conseguenze catastrofiche della diffusione del virus nel carcere. Lo sciopero è finito l’8 Aprile dopo che la polizia è intervenuta con l’alimentazione forzata degli scioperanti. Questa lotta è giunta al pubblico molti giorni dopo gli eventi perché la polizia ha bloccato ogni comunicazione con i carcerati.
  • Un paio di giorni dopo, dopo la morte di un sedicenne pugnalato in una rissa nel campo, centinaia di migranti a Moria hanno manifestato per chiedere diritti e sicurezza per tutti.
  • Il 15 Aprile, i migranti a cui è stata negato l’asilo hanno manifestato a Moria. Il loro slogan principale era “Nessun rifiutato, nessun deportato!”
  • Ci sono anche stati scioperi della fame nei dipartimenti di polizia di Glifada, Peristeri e Vouliagmeni. Alcuni dei migranti detenuti hanno vissuto e lavorato in Grecia senza documenti per vent’anni e ora non sono rimasti senza lavoro. Protestano contro le condizioni miserabili e sovraffollate del carcere, e chiedono la libertà.

La decisione di non evacuare i campi e i centri di detenzione durante la pandemia equivale a una sentenza di morte.

Tutti i campi e i centri di detenzione devono essere immediatamente evacuati. L’alloggio e l’accesso al sistema sanitario pubblico devono essere forniti a tutti. Tutti i migranti devono essere legalizzati.

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